
Dal 14 marzo, mentre Palazzo Strozzi dedica una mostra a Mark Rothko, l’Hotel Savoy sceglie di lavorare sullo stesso immaginario con una proposta che passa dal bancone bar. Si chiama “Maestro of Colours” la nuova cocktail list del Bar Artemisia, firmata da Federico Galli, Bar Manager dello spazio mixology dell’albergo fiorentino di Rocco Forte Hotels.

L’idea è semplice ma tutt'altro che banale e funziona proprio per questo. Prendere alcuni dei dipinti più noti dell’artista e tradurne il linguaggio in quattro drink. Non una trasposizione didascalica, né un esercizio decorativo, ma un lavoro costruito sul rapporto tra colore, intensità e struttura. Rothko, del resto, ha sempre chiesto allo sguardo tempo, concentrazione, disponibilità a stare dentro una superficie solo apparentemente essenziale. Qui il tentativo è portare quella stessa essenzialità nel bicchiere, lavorando per sottrazione più che per accumulo.
Il progetto arriva a quasi un anno dall’apertura del Bar Artemisia, spazio nato all’interno dell’Hotel Savoy dalla visione di Salvatore Calabrese, uno dei nomi più autorevoli della miscelazione internazionale. In questo contesto, la nuova carta si inserisce con coerenza: poche proposte, un concept chiaro, un riferimento culturale forte e una costruzione visiva che non separa l’estetica dal contenuto.

I cocktail sono quattro. Ognuno prende il nome da un’atmosfera cromatica prima ancora che da una ricetta, e proprio in questo sta la parte più interessante della carta: non cerca di spiegare Rothko, ma di assorbirne il metodo, cioè la capacità di far convivere tensione e misura.
Red Horizon, ispirato a Untitled Red and Yellow del 1952, unisce rum, spezie, yerbito e vino rosso. È probabilmente il drink più stratificato della selezione, costruito su toni caldi e scuri, con una componente speziata che amplia la base alcolica e una chiusura data dal vino che gli dà profondità. Non punta sull’immediatezza, ma su una progressione più lenta, dove il colore suggerisce già il tipo di esperienza gustativa.

Più netto il profilo di Nocturne Vermillon, che prende spunto da Untitled Red and Black del 1953. Qui la struttura è quella di un Negroni, ma riletta con una spuma di more e con l’uso di Campari, Vermouth Mancino Amaranto e Tanqueray gin. È il cocktail che dialoga meglio con l’idea di contrasto: il frutto interviene senza addolcire davvero, mentre la parte amara resta ben visibile. L’effetto è teso, scuro, diretto.
Con Golden Silence, ispirato a Untitled Yellow and Blue del 1954, la carta cambia registro. La ricetta mette insieme Venturo aperitivo, Vodka Altamura, limone e nettare di pesca, cercando un equilibrio più luminoso, con una componente agrumata che tiene in ordine la parte più morbida del drink. Il riferimento cromatico, in questo caso, non è solo visivo: il cocktail lavora su una sensazione di leggerezza controllata, senza perdere definizione.

Chiude la lista Milky Light, ispirato a Untitled White Center del 1950 e pensato in versione analcolica. Lavanda, Real Coconut Cream e passion fruit compongono un drink che si muove su una trama più morbida, quasi lattiginosa, ma con una nota aromatica precisa. La scelta di inserire un analcolico dentro un progetto così compatto non appare accessoria: è parte della stessa logica di carta, che prova a tenere insieme identità, contemporaneità e accessibilità.
Al di là del singolo drink, “Maestro of Colours” è una proposta che dice qualcosa anche sul modo in cui l’hotellerie di fascia alta sta cercando di costruire contenuti attorno al bar. Non basta più la tecnica, non basta più la firma. Serve un pensiero riconoscibile, un dialogo con la città, un’idea che tenga insieme ospitalità e linguaggio. In questo caso il riferimento a Rothko non è un pretesto promozionale, perché trova una traduzione concreta nella costruzione della carta: pochi elementi, equilibrio formale, attenzione alla percezione.
