
C’è un momento preciso in cui capisci che un posto ha una sua identità. Non è quando entri, non è quando ordini. È quando ti siedi, il bicchiere arriva, e pensi: qui potrei restare. E’ casa. Drink Kong Campo Marzio ha aperto ufficialmente le porte lo scorso 17 aprile in via dei Prefetti 22 (Roma), nel rione Campo Marzio, dietro al bancone c’è sempre lui, Patrick Pistolesi, che con i suoi soci ha trasformato il Drink Kong di Monti in uno dei cinquanta migliori bar del mondo. Questa volta sceglie il centro storico per un secondo progetto che non vuole assolutamente essere una copia del primo. E si vede.

L’architetto Roberto Antobenedetto ha lavorato sugli stessi elementi che rendono riconoscibile il locale originale - l’estetica retro-futurista, i rimandi al Giappone e una certa aria cinematografica — che li reinterpreta in chiave più raccolta. Marmi, legni, ottone, luce blu. Cinquanta coperti distribuiti in tre ambienti che hanno ciascuno un carattere diverso.
Si entra e il bancone di otto metri ti dice subito dove sei. La bottigliera a tutta altezza, il logo dorato su fondo nero: niente è lasciato al caso, ma niente risulta esibito. È il tipo di cura che si nota senza sapere esattamente perché.

Nella sala principale, una parete riproduce in forma tridimensionale la stanza di Deckard di Blade Runner. Nella lounge, un bassorilievo si ispira alla Hollyhock House di Frank Lloyd Wright. Nell’area più nascosta, porte scorrevoli in legno di ciliegio rimandano a una casa giapponese tradizionale. Tre citazioni, tre atmosfere, una coerenza di fondo che tiene tutto insieme.
Tutto – come sempre – molto curato.
All’ingresso troviamo subito il manifesto originale in edizione giapponese di Lost in Translation. Pistolesi non lo spiega troppo, ma il senso è abbastanza chiaro: guardare Roma come la guarderebbe uno straniero, con quella combinazione di straniamento e meraviglia che rende i posti familiari di nuovo interessanti.

Il Giappone torna ovunque, senza diventare tema. Vinili di musica giapponese - jazz fusion, library music, un giovane Ryuichi Sakamoto, condividono gli scaffali con riviste di graphic design come Idea, Brutus e Casa Brutus. Colonne sonore di Star Wars, Incontri ravvicinati del terzo tipo, film di Kurosawa. Pezzi arrivati direttamente dal Giappone, cercati e trovati. Le composizioni floreali sono di Dylan Tripp, esperto di ikebana. Rimandi ad un mondo che ufficialmente non ci appartiene ma che improvvisamente conosciamo e identifichiamo come nostro.
È il tipo di dettaglio che non serve a nessuno in modo pratico, ma che cambia come ti senti in un posto. La cura del dettaglio come segno distintivo.
La drink list è diretta. Cocktail classici - resi attuali, non rivisitati per forza - accanto ai signature più richiesti del Drink Kong. Su tutti il Gaijin (lo adoro), che in giapponese significa “straniero”, il cocktail che Pistolesi racconta di sentire sempre un po’ suo quando è in Giappone.

C’è una sezione dedicata agli aperitivi, con un ritorno ai Champagne cocktail. Una selezione analcolica. E poi il Martini, declinato in cinque versioni: Classico, Gibson, Dirty, Vesper e Caviar. Non è un menu, è quasi una presa di posizione. Bere bene al DK non è mai stato un problema, perché dovrebbe esserlo ora?
Drink Kong Campo Marzio non prova a essere il bar più bello di Roma né il più originale. Prova a essere un posto dove vale la pena andare, tornare, e magari portare qualcuno a cui vuoi bene. Un posto che vuoi esibire nemmeno fosse tuo, perché li vorresti restare. E’ casa.
